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Il punto: Indennizzabilità di un infortunio sul lavoro con conseguenze mortali derivanti dall'inserimento nel percorso fra l'incidente e la morte di un fatto causale - emotrasfusione da sangue infetto - indispensabile per curare le lesioni prodotte dall'incidente

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (la n.10565 del 2013) pronunciata per un caso di specie particolare, merita attenzione poiché, pur senza dichiararlo espressamente, ripropone problemi antichi relativi all'assicurazione infortuni sul lavoro e malattie professionali, in merito alla qualificazione stessa dell'occasione di lavoro e la distinzione fra l'infortunio e la malattia professionale.

Il caso controverso era semplice e complesso allo stesso tempo: si trattava, infatti, di lavoratore rimasto vittima nel 1981 di un incidente stradale in circostanze che ne avevano consentito la qualificazione come infortunio in itinere. Successivamente, lo stesso lavoratore, sopravvissuto grazie alle cure ed ad emotrasfusioni, registrava l'insorgenza dell manifestazioni morbose della infezione da HCV che, dopo varie vicende sanitarie intuibili nella loro penosità pur nel silenzio al riguardo della sentenza in esame, ne hanno provocato la morte nel novembre 2006.

Gli eredi hanno presentato domanda di rendita a superstiti, affermando che l'infezione, da cui è derivata poi la morte, era stata provocata dalle numerose emotrasfusioni resesi necessarie per interventi sanitari all'atto dell'incidente. La successiva domanda giudiziaria, proposta a fronte del diniego della prestazione da parte dell'Inail, è stata poi rigettata dal Tribunale di Catanzaro con sentenza dal 2009, riproposta dai superstiti di fronte alla Corte di Appello della stessa città, che ha accolto la domanda riconoscendo il diritto alla costituzione della rendita.

L'Inail ha proposto ricorso in Cassazione con argomentazioni che la Suprema Corte ha ritenuto di non condividere, confermando conclusione e motivazione della sentenza della Corte di Appello.

Una vicenda abbastanza lineare, dunque, che pur nella semplicità di esposizione della sentenza della Corte di Cassazione richiama - come si è accennato - tematiche diverse, tutte confluenti, peraltro, nel sostenere il buon diritto dei superstiti del lavoratore deceduto.

Innanzitutto per la peculiarità della situazione venutasi a creare, ovvero per il fatto che la morte del lavoratore subentra dopo ben venticinque anni dall'evento che sostanziava all'epoca il requisito dell'occasione di lavoro per una fattispecie, oltretutto, di infortunio in itinere. L'evento, l'incidente stradale, si è collegato poi con il fatto "morte" non direttamente ma per l'"intermediazione", per così dire, di un intervento medico - le trasfusioni - la cui valenza infettiva era stata nella specie adeguatamente da apposita valutazione ministeriale.

Si tratta insomma di un caso che, almeno all'apparenza, ricorda il rapporto fra esposizione all'amianto e mesotelioma pleurico, per il quale è sufficiente una inalazione anche minima della sostanza tossica la cui azione patogena può svilupparsi, lo si riconosce, anche - anzi normalmente - dopo vari decenni. E richiama, a tempo stesso, tutto il dibattito sviluppatosi negli anni passati, circa la indennizzabilità come infortunio sul lavoro di patologie come la malaria, letta come conseguenza dell'azione di una "causa violenta" identificata con l'agente patogeno della malattia stessa e la sua azione virulenta.

Lo specifico e certamente peculiare sviluppo delle patologie sofferte dal lavoratore è stato posto a base del ricorso per cassazione dall'Inail, che ha sostenuto che la morte non era dipesa dal fatto "incidente", ma da un errore occorso durante un trattamento medico "eseguito con imperizia e negligenza dal personale medico e infermieristico". Da ciò la frattura del collegamento fra incidente e morte e l'impossibilità di accollare l'onere del trattamento indennitario all'istituto quale gestore dell'assicurazione infortuni e malattie professionali.

I giudici di appello, insomma, avrebbero travisato, secondo l'Inail, lo spirito e la lettera della legge regolatrice dell'assicurazione infortuni, con palese violazione dell'articolo 3 del Testo unico n.1124 del 1965.

Più in particolare, la difesa dell'istituto si è mossa - riproponendo argomentazioni che, evidentemente, avevano convinto i giudici del Tribunale di Catanzaro - su due confluenti percorsi motivazionali:

  • il primo riguarda il fatto che la Corte di Appello avrebbe violato l'articolo 3 del Testo unico 1124/1965 il quale, parlando di malattie professionali, dispone che l'assicurazione è altresì obbligatoria per le malattie professionali indicate nella tabella [...] le quali siano contratte nell'esercizio e a causa delle lavorazioni specificate nella tabella stessa [...];
  • l'altro, collegato al primo, si muove piuttosto sul piano procedimentale, in quanto nella sentenza la Corte di appello non avrebbe adeguatamente motivato circa la "ritenuta sussistenza nel caso di specie del nesso eziologico fra evento lavorativo, lesione e danno di cui agli articoli 40 e 41 del codice penale".

La Corte dissente da tali motivazioni, annullando la sentenza della Corte di appello per ragioni che riporteremo da ultimo. Notiamo in premessa come, nel proprio ragionamento l'Inail faccia chiaramente riferimento al sistema delle malattie professionali, rispetto ad una vicenda nella quale lo stesso non è affatto in discussione e la pretesa si basa su un accadimento che ha tutti i connotati della lesione per causa violenta: causa violenta nell'impatto dell'incidente stradale; causa violenta (microbica) nel determinismo dell'HCV, con esclusione di qualsiasi necessità di valutare la sussistenza dei requisiti che la legge richiede con riferimento alla classica vicenda delle malattie professionali.

Si tocca, così, il tema, tuttora tormentato, della distinzione fra malattia e infortunio tuttora basata sulla violenza della causa, dell'azione dell'agente morbigeno nel caso degli infortuni; azione che proprio in questi casi è subitanea e violenta, traducendosi nell'atto di somministrazione del sangue infetto, lesione scatenante della invalidità/morte, poi intervenuta anche a distanza di decenni. È il tema, in definitiva già affrontato ai primordi della tutela quando si discuteva se la violenza, la repentinità dovessero riguardare l'"accidente" oppure il fatto traumatico per l'organismo del lavoratore (tipico era il caso del crollo della galleria al quale segue dopo giorni la morte per asfissia dei lavoratori intrappolati nella miniera stessa).

Allo stesso tempo, e su un altro versante, la vicenda fa eco ai problemi - ed alle oggettive difficoltà di valutazione - posti dalle patologie amianto nelle ipotesi, di recente sempre più frequenti, in cui alla classica asbestosi (da accumulo di esposizione) si è aggiunta una patologia prodotta dalla ingestione anche di "una sola fibra" (il mesotelioma pleurico).

In questo quadro la sentenza - riproponendo orientamenti costanti della Suprema Corte - è il frutto di una evoluzione pluridecennale della tutela assicurativa, che non resta scalfita dalla pretesa sempre più pressante della medicina del lavoro di ricomprendere, a fini epidemiologici e di allerta della professionalità, le patologie in questione fra le malattie professionali.

Questo dibattito, attorno alle cosiddette "malattie-infortunio" - per la cui trattazione in ambito Inail si rinvia all'apposita monografia pubblicata sul sito web dell'istituto - proprio di recente ha trovato un nuovo terreno di confronto nell'aggiornamento delle liste di malattie di sospetta origine professionale che il medico curante è obbligato a segnalare in modo apposito. Si tratta di uno strumento prezioso, valorizzato dal decreto 38/2000, proprio per alimentare il continuo divenire della parallela lista delle malattie di cui è presunta l'origine professionale a fini indennitari, ma che non modifica affatto i termini del problema per quanto riguarda la indennizzabilità assicurativa della lesione invalidante che continua a soggiacere alle regole prima richiamate.

La giurisprudenza, infatti, è stata pressoché concorde nel tenere distinti i due percorsi di analisi e valutazione come si registra, appunto, nel caso di specie, dove la Corte aggancia tutto il suo ragionamento alla concatenazione logica fra fatto incidente/fatto lesione/fatto invalidità, saldati fra loro dal principio dell'articolo 41 del codice penale, mai messo in discussione nella sua valenza ai fini della indennizzabilità degli infortuni sul lavoro. Da ciò l'esclusione del fatto che l'intervenuto errore medico di cui parla l'Inail abbia potuto interrompere questa salda concatenazione di eventi e conseguenze.

Nella sentenza si legge, infatti che "Va anzitutto chiarito che opportunamente la Corte territoriale, nel motivare la sua decisione, ha, in primo luogo, richiamato il principio affermato dalla giurisprudenza dì legittimità, secondo cui, in materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, trova diretta applicazione la regola contenuta nell'art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, in forza del quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, che sia di per sé sufficiente a produrre l'infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi resistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge (Cass., 22-8-2003 n. 12377; Cass. 11-3-2004 n. 5014; Cass. 18-7- 2005 n. 15107; Cass. 4-6-2008 n. 14770)."

La Corte ha poi aggiunto che, nella fattispecie, le emotrasfusioni - determinanti per l'infezione da HCV che aveva provocato la morte - rappresentavano un fattore intervenuto nella catena delle condizioni che avevano contribuito all'evento, che non aveva interrotto il nesso causale tra l'infortunio in itinere e la morte.
"Risultava, infatti, certo e documentalmente comprovato (e, peraltro, neanche contestato in giudizio) che le emotrasfusioni si erano rese indispensabili a causa della necessità di trattamento chirurgico delle fratture subite dal nell'infortunio in itinere sopra ricordato e, dunque, in diretta dipendenza causale dall'infortunio. Pertanto, l'epatite, contratta a causa delle emotrasfusioni, non poteva che essere dipesa, per mediazione causale, dall'infortunio stesso. Così argomentando, il Giudice a quo si è conformato ai richiamati principi affermati da questa Corte in materia di nesso causale e di infortuni in itinere trovando, peraltro ulteriore conferma anche in una recente pronuncia relativa a fattispecie, per più versi, analoga a quella in oggetto, ove si è riconosciuta la riconducibilità all'attività lavorativa della malattia contratta per complicanze insorte dalla vaccinazione contro l'epatite B, atteso che la necessità di questo intervento sanitario - nonché dei successivi richiami - era conseguente a un infortunio sul lavoro (Cass. n. 13361/2011).

Per concludere, insomma, nel caso di specie si è fuori dalle tematiche delle malattie professionali pur richiamate dall'Istituto assicuratore quasi che l'interessato dovesse provare che l'infezione fosse stata causata - nei termini previsti dal Testo unico per le malattie professionali, appunto, dalla epatite da HCV - a sua volta frutto di un errore medico, valutabile in quella sede a per eventuali conseguenze risarcitorie. Si restava e si resta, invece, nel campo presidiato dai principi generali della infortunistica nel solido richiamo dell'articolo 41 del codice penale che consente di legare l'incidente alle sue conseguenze lesive fra le quali ben può rientrare l'essere stato esposto al rischio di contrarre una specifica malattia indotta dalla necessità di sottoporsi ad emotrasfusioni.

La funzione assicurativa, pur in forma indennitaria, della tutela infortunistica, resta quindi saldamente governata dal Testo unico del 1965 e le sue evoluzioni normative e giurisprudenziale e, soprattutto, dai cardini generali costituiti dall'articolo 2087 del codice civile, sul versante della prevenzione e della tutela e dell'articolo 41 del codice penale per quanto riguarda il nesso di causalità, il quale recita - è bene ricordarlo - "Il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l'azione od omissione e l'evento. Le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento. In tal caso, se l'azione od omissione precedentemente commessa costituisce per sé un reato, si applica la pena per questo stabilita. Le disposizioni precedenti si applicano anche quando la causa preesistente o simultanea o sopravvenuta consiste nel fatto illecito altrui".

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