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Mobbing: 7 passi per provarlo

11-06-2015

Una recente sentenza della corte di Cassazione ha segnato un importante passo avanti verso una più precisa definizione delle vessazioni sul luogo di lavoro, dettando le linee guida per riconoscere il mobbing. In pratica, i giudici hanno elaborato un “metodo” per provare il mobbing in ambito lavorativo, attraverso la sussistenza presenza di 7 parametri che devono essere tassativamente e contestualmente provati dal lavoratore e che riguardano i seguenti aspetti:

  1. l’ambiente di lavoro: la vicenda conflittuale deve svolgersi sul posto di lavoro, anche se le conseguenti forme di disagio possono avere riflessi che si ripercuotono anche sulla vita privata e familiare della vittima;
  2. la durata: il conflitto deve essere in corso da almeno 6 mesi (ridotti a 3, nel caso di attacchi particolarmente frequenti ed intensi);
  3. la frequenza: le condotte ostili devono essere reiterate, sistematiche e molteplici nel tempo;
  4. il tipo di azioni ostili: le vessazioni devono appartenere ad almeno 2 di 5 specifiche categorie: attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare; isolamento sistematico; cambiamenti nelle mansioni lavorative;
  5. attacchi alla reputazione; violenze e/o minacce di violenza;
  6. il dislivello tra gli antagonisti: la vittima deve trovarsi in una posizione costante di inferiorità, che non si sostanzia in una necessaria inferiorità gerarchica all’interno dell’azienda, ma implica il fatto che la vittima sia confinata nella posizione più debole, resa incapace di difendersi dalle strategie di attacco usate dell’aggressore;
  7. l’andamento secondo fasi successive: per poter parlare di mobbing è necessario che la vicenda abbia raggiunto almeno la fase in cui il conflitto si è incanalato nella direzione di una determinata vittima o gruppo di vittime, che cominciano a percepire l’inasprimento delle relazioni interpersonali e un crescente disagio psicologico;
  8. l’intento persecutorio: ossia la prova di un disegno vessatorio coerente e finalizzato, chiaramente ostile e negativo.

La dimostrazione della patologia sofferta dal lavoratore, invece, si ottiene presentando idonee certificazioni mediche, preferibilmente rilasciate da enti pubblici (quali Asl, cliniche universitarie, ospedali, ecc.), che comprovino i disturbi fisici e psichici sofferti.

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